News
Prima Riunione del Comitato Tecnico Italia-USA sull’Energia
La delegazione Italiana, coordinata dal Prof. Einaudi, Addetto Scientifico presso l’Ambasciata d’Italia, era composta dall’ing. Ivo Tripputi, dall’ing. Pierpaolo Garibaldi e dal Dott. Luigi Pari. In rappresentanza degli Stati Uniti erano presenti i responsabili degli Uffici per l’energia fossile, per l’efficienza energetica e per le energie rinnovabili.
Per parte americana erano rappresentati, oltre al Dipartimento dell’Energia, il Dipartimento dell’Agricultura (USDA), l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA), il Dipartimento degli Interni (DoI) e la Fondazione Nazionale per le Scienze (NSF). Per l’Italia oltre al Ministero dello Sviluppo Economico, i Ministeri dell’Ambiente, delle Politiche Agricole e dell’Università e della Ricerca.
Cultura
Richard Estes, il cantore della metropoli americana
Il fotografo delle città inesistenti. Il pittore che crea copie fotografiche di una onirica realtà. L’ispirazione di Richar Estes sboccia e matura a New York.
Nelle opere di Richard Estes, i caotici paesaggi delle metropoli lasciano spazio a un’esplosione di armonia. Nei severi palazzi che si stagliano contro il cielo, nell’immobilità di sgargianti manifesti pubblicitari oppure nelle rilucenti vetrate che specchiano una realtà sempre nitida e priva di zone d’ombra. Gli aspetti distintivi dell’opera di Estes sono, infatti, una plasticità e un rigore estetico apparente che richiamano l’arte classica e che sono, invece, poco consueti in quella contemporanea: inquadrature che dimostrano una straordinaria maestria tecnica e una precisione assoluta nei dettagli, tanto da apparire simili a riproduzioni fotografiche della realtà.
Queste sono anche le caratteristiche della corrente artistica definita con il termine “iperrealismo” – o “fotorealismo” – di cui Estes è uno dei maggiori esponenti insieme a Malcolm Morley, Chuck Close o Duane Hanson. La celebrità di Estes è dovuta, soprattutto, ai celebri “paesaggi urbani” dei quartieri di New York: i cosiddetti “New York Cityscapes” sono infatti un tema ricorrente nella sua produzione, spesso imitati da altri e divenuti quasi un genere a sé stante.
Richard Estes è nato nel 1932 a Kewanee, Illinois. Trasferitosi giovanissimo a Chicago, negli anni ’50 ha studiato all’Art Institute della “città del vento”. Dopo il diploma, l’artista ha scelto New York come meta ideale per la propria carriera, lavorando come grafico e illustratore freelance per varie riviste e agenzie pubblicitarie, statunitensi ma anche spagnole. E’ però dagli anni ’60 che Estes ha iniziato a rappresentare la vita quotidiana newyorkese, mentre dal 1967 la sua attenzione è attirata in modo particolare dai riflessi distorti della realtà vista dalle superfici di vetro e metallo degli edifici.
Nel 1968 la prima personale, cui hanno fatto seguito mostre negli spazi più prestigiosi, come il Metropolitan Museum of Art, il Whitney Museum, e il Solomon R. Guggenheim Museum. Di lui, il romanziere americano John Updike, ha scritto: “Estes rende con il tocco freddamente sensuale di Vermeer ciò che finora sarebbe sembrato troppo brutto da dipingere, troppo desolato da vedere”.
Dopo la Grande Mela, anche altre città europee – da Parigi a Londra, da Venezia e Firenze a Barcellona – sono state viste attraverso le tele di Estes. Per tutte, una rappresentazione fondamentalmente realista che ha, oggi, la funzione di documento storico dell’evoluzione della città: “i dipinti delle metropoli di Estes – ha detto il critico Sandro Parmeggiani – costituiscono anche, visti in sequenza dal Sessanta ad oggi, un compendio di storia del paesaggio urbano, della sua evoluzione, espressione di una civiltà e di una identità che cambiano”. Negli ultimi dieci anni Estes si è spinto invece ad indagare le visioni del mondo della natura, come i ghiacciai dell’Alaska o l’incombente forma del Machu Picchu, le vibrazioni luminose del mare visto da un traghetto o, ancora, le montagne nevose del Maine, dove spesso si ritira per dipingere.
La pittura di Estes richiama quindi la fotografia: spesso, una sorta di bozzetto delle sue opere è costituito da uno o più scatti, realizzati con una macchina panoramiche dalle speciali lenti, per risolvere il problema della prospettiva e della distorsione. Ma nella ricerca artistica di Estes non vi è un tentativo di ricreare copie esatte delle immagini fotografica, ma piuttosto quello di ricostruire una realtà che – per quanto scientificamente imprecise – appare all’osservatore persino più “vera” della realtà stessa: solo attraverso un’osservazione particolarmente attenta si è in grado di cogliere gli elementi di assurdità e gli impossibili giochi di prospettiva.
Attualità
Molino Stucky: dalla farina al “Grand Tour”
Risorge l’antico mulino di Venezia. Trasformandosi, grazie agli investimenti della catena Hilton, in una grande e lussuosa struttura alberghiera. Con 380 camere, centro congressi, Spa, fitness center, ristoranti e bar. L’Hotel Molino Stucky Hilton Venice entra a far parte delle mete del “Grand Tour” del Bel Paese.
La vicenda dell’antico Molino Stucky, recuperato e trasformato in un lussuoso hotel, inaugurato il primo giugno scorso, è un manifesto del presente e del futuro di Venezia. Una storia a lieto fine: la valorizzazione di questa struttura, voluta nel 1895 dall’industriale svizzero Giovanni Stucky e creata dall’architetto Ernst Wullekopf, è una sorta di “medaglia al merito” per la catena internazionale Hilton e un valore aggiunto per la città lagunare. La Hilton, una delle catene di hotel più importanti del pianeta (oltre 2.900 hotel in 78 paesi), arricchisce infatti, grazie a questo investimento, la propria corona di un’ulteriore diadema; mentre la ricettività alberghiera veneziana si dota di un nuovo spazio di richiamo, competitivo in particolare nel mercato congressuale. L’Hotel Molino Stucky Hilton Venice entra infatti, a pieno titolo, tra le tappe del circuito del “Grand Tour”.
L’antico Molino era stato edificato sul Canale della Giudecca, l’isola un tempo riservata al soggiorno dei nobili al bando, i cosiddetti “giudicati”. Una posizione che fa di questa imponente struttura in stile neogotico il luogo ideale per un grande albergo. Che mantiene, ad oltre cinquant’anni dall’abbandono, l’atmosfera della struttura protoindustriale, grazie ad un restauro di tipo conservativo, durato cinque anni e realizzato sotto la supervisione di Francesco Amendolagine, docente di Storia dell’Architettura presso l’Università di Venezia. Sono stati così conservati, ad esempio, i mattoni a vista e le passerelle aeree in ferro, che collegano gli edifici e che permettono di osservare i tetti della città lagunare da un punto di vista particolarissimo. Anzi, assolutamente unico.
L’intervento ha permesso di ricavare 380 camere (comprese tre executive floor da 84 camere executive e 46 suite) ed un centro congressi da 1.500 posti, con sala plenaria da 1.000 posti e cinque sale meeting, oltre ad un centinaio di appartamenti nelle costruzioni più interne. L’offerta è completata da servizi esclusivi quali la piscina sul terrazzo, una grande Spa, il centro fitness, oltre a cinque fra ristoranti e bar. Lo “Skyline Bar”, ad esempio, permette di sorseggiare un aperitivo ammirando un panorama mozzafiato della laguna. Anche la scelta del responsabile della cucina, lo chef Franco Luise, rappresenta un ulteriore investimento per la catena Hilton.
Il Molino Stucky, che aveva annesso un pastificio ed occupava in totale un’area di 30 mila metri quadrati, chiuse i battenti nel 1955, per i danni causati dalle due guerre mondiali e la concorrenza delle nuove tecnologie e dei nuovi mezzi di comunicazione, su strada e su rotaia, che negli anni ’50 accompagnavano il “boom” economico del Bel Paese. Nella prima metà del secolo scorso, l’impianto era un modello di tecnologia, apportando positive ricadute sull’economia della città. Con la chiusura la decadenza fu inevitabile e, sin da subito, in molti – architetti, amministratori, artisti – compreso le potenzialità di questo spazio. Le idee sul suo recupero culminarono nel 1975 con una mostra della Biennale intitolata, appunto, “Proposte per il Molino Stucky”: artisti e architetti di fama internazionale cercarono di sensibilizzare i Pubblici Amministratori, anche attraverso un simbolico rogo in Piazza San Marco delle proposte.
Dal 1988 il complesso venne vincolato dal Ministero dei Beni Culturali e destinato ad uso residenziale, alberghiero e congressuale. La Società dell’Acqua Pia Antica Marcia della famiglia Caltagirone ha concepito il progetto di riuso, che pratica solo aggiunte interne senza stravolgere gli antichi spazi. Superata anche la paura per il grave incendio che, nel 2003, rischiò di compromettere il lavoro svolto, il Molino Stucky sta ritornando, quindi, fulcro importante per la vita cittadina.
Per una Venezia sempre più internazionale e moderna, il restauro e la riconversione del Molino Stucky rappresenta il prototipo di un’industria turistica che investe e crea valore. Il destino dell’hotel è già segnato: diventare uno dei nuovi luoghi simbolo della città.
Itinerario Veneziano
Musica, danze, piatti tradizionali e buon vino… aspettando la mezzanotte!
Anche quest’anno i veneziani si apprestano a festeggiare il Redentore una delle feste più sentite in città. Appuntamento al 14 luglio aspettando “i foghi”!
Una delle ricorrenze più amate e sentite dai veneziani. Stiamo parlando della Festa del Redentore che, da oltre 400 anni, ravviva la città lagunare la terza domenica di luglio. Le origini di questo giorno solenne risalgono alla fine del Cinquecento quando l’Italia fu investita da una terribile epidemia di peste che dilagò anche a Venezia, mietendo quasi 50.000 vittime. La situazione sembrava non trovare rimedio. Fu così che, il doge Sebastiano Venier, esortando il popolo a pregare, deliberò la costruzione di un tempio votivo dedicato al Redentore non appena la pestilenza fosse terminata. Quando questa triste piaga fu debellata, venne eretta, in pochi giorni, una chiesa provvisoria in legno. La sede scelta fu l’isola della Giudecca e la prima pietra fu posta il 3 maggio del 1577. Dobbiamo l’aspetto del tempio attuale alla genialità e all’arte di Andrea Palladio a cui fu affidato il compito della progettazione. Per collegare l’isola con la riva opposta, affinché il corteo guidato dal Doge potesse raggiungerla con facilità per le solenni funzioni di ringraziamento, fu realizzato un ponte di barche. Ancora oggi, in questa occasione, l’isola della Giudecca è unita a Venezia tramite delle piattaforme galleggianti (in principio erano 80 galee) percorribili fino alle 22.30. Oggi questa festa è certamente uno dei momenti più importanti per la città e per i suoi abitanti, che si radunano sulla riva della Giudecca fin dal mattino per poter trovare un posto nelle tavole che tradizionalmente vengono disposte per cenare all’aperto.
Musica e anguria sono immancabili, ma anche i piatti tipici spesso fanno parte della mensa. Baccalà mantecato, bovoletti, seppie in nero, pasta e fagioli e soprattutto le “sarde in saor” deliziano il palato dei tanti veneziani e turisti che aspettano con ansia la mezzanotte per assistere allo spettacolo pirotecnico.
Migliaia di barche, dai kayak ai pescherecci si ritrovano fin dal primo pomeriggio del sabato, nello spazio antistante la Giudecca: si addobbano le imbarcazioni con frasche e luci molto pittoresche mentre una buona parte dei veneziani inizia ad affollare le rive. Lo spettacolo è grandioso sia per la quantità e la qualità dei fuochi, sia per lo scenario unico in cui si svolge. Al termine dei fuochi tutte le barche percorrono in parata spontanea il Canal Grande oppure, come vuole la tradizione, raggiungono il Lido per aspettare il sorgere del sole sulla spiaggia. Il giorno successivo è il momento delle celebrazioni religiose nella chiesa del Redentore e delle competizioni remiere che da sempre accompagnano questo giorno. Appuntamento dunque al 14 luglio quando, poco prima dello scoccare della mezzanotte, quasi per incanto, un manto di suggestiva pioggia dorata coprirà il cielo e lo specchio d’acqua antistante il Bacino di San Marco.
Cultura
Northsoutheastwest, il pianeta a 360 gradi
I riflessi dei mutamenti climatici sulla terra raccontati da dieci importanti fotografi dell’Agenzia Magnum in una mostra tenutasi tra maggio e giugno presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Dall’Africa al Polo Nord, dal Messico alla Cina, l’orbe terracqueo come non è mai stato visto.
Per comprendere dove andremo dobbiamo guardare le cose da una prospettiva diversa. Magari dall’alto. Il volto della terra si modifica come un viso umano, con le sue rughe d’espressione, con i solchi e le imperfezioni che possono derivare da uno stile di vita più o meno salutare. La metafora dell’invecchiamento causato da agenti atmosferici e climatici calza a pennello per il lavoro che è stato svolto da dieci fotoreporter provenienti da tutto il mondo e che hanno immortalato, in una serie straordinaria di scatti, lo stato di salute del pianeta, evidenziandone le preoccupanti metamoforsi.
I fotoreporter della prestigiosa Agenzia Magnum sono Ian Berry, Alex Webb, Alex Majoli, Chris Steele-Perkins, Harry Gruyaert, Nikos Economopoulos, Donovan Wylie, Bruce Gilden, Constantine Manos, Chien-Chi Chang. Ognuno di loro ha zoomato su di un’area geografica precisa documentando attraverso le immagini gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici in ogni parte del mondo.
Lo sguardo su un pianeta antropomorfizzato dalle immagini dei fotografi della Magnum è un’autentica denuncia alla sconsideratezza umana. Le foto rivelano in filigrana lo scempio connivente tra consumismo e la drammatica deriva in cui versa il pianeta. Come in un quadro di Edward Munch, la terra lancia un grido disperato da nord, sud, est e ovest immediatamente catturato dall’obiettivo dei dieci artisti della Magnum e declinato in una mostra itinerante dal titolo “Northsoutheastwest - Una visione a 360° dei cambiamenti climatici”. La collettiva ha toccato le sponde della laguna per due mesi, maggio e giugno, nella splendida cornice della Fondazione Cini all’Isola di San Giorgio.
Nasce, con questa iniziativa, una grande campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione dei cambiamenti climatici, lanciata nel 2005 da “The British Council” e “The Climate Group”. La mostra fa parte di una più ampia e articolata serie di eventi promossi dall’ente britannico per le relazioni culturali nei 109 paesi che ospitano le sue sedi. Negli ultimi due anni, queste immagini hanno attraversato 60 di queste sedi e sono state viste da circa 8 milioni di persone.
“Northsoutheastwest” è stata sponsorizzata dell’Hsbc e della Swiss Re, due società che hanno iniziato a muovere i primi passi verso la limitazione del cosiddetto carbon footprint, una metodologia che consente di calcolare il fabbisogno energetico e per il trasporto e di conseguenza, le emissioni di CO2.
La mostra è parte integrante del nuovo progetto scientifico della Fondazione Giorgio Cini, volto a promuovere la riflessione e la ricerca sul tema dell’impatto economico, culturale e ambientale delle politiche di controllo dei cambiamenti climatici.
L'inchiesta
Politecnico del Veneto delle meraviglie
Affiancare l’esistente o razionalizzare le università numerose sul territorio? Il Politecnico del Veneto è una Scuola professionale per periti o una Scuola superiore che racchiude dimensione tecnica e umanistica in un ottica d’eccellenza? Risponde il Gotha del mondo accademico veneto.
Il dibattito sul Politecnico del Veneto è stato aperto, discusso per qualche giorno, sollevando il solito polverone di polemiche tra Università e mondo dell’impresa, e immediatamente richiuso. Senza una soluzione, senza uno straccio di proposta, senza un minimo di ragionamento di prospettiva. Si è trattato dell’ennesima occasione per mettere l’Università sul banco degli imputati e l’impresa al posto del pubblico ministero. E la politica? Nessuno ruolo a parte quello di stanco spettatore. Risultato? Prevedibile attendismo.
Il Veneto che racconta ai convegni di ripensarsi in chiave innovativa, discute, almanacca, lancia fendenti ma quando si tratta di delineare il futuro da qui ai prossimi dieci anni, si ritira nel suo guscio, al sicuro sotto il campanile.
Ma nel coro delle polemiche, trascinatesi per giorni attorno a un’interessante provocazione, gli animal spirits economici e accademici del territorio non si sono fatti sentire e la proposta del Politecnico del Veneto è rimasta in qualche modo lettera morta. Ma qualcuno, per fortuna, non ci sta. E mette sul piatto una serie di riflessioni che dovrebbero far pensare e anche un po’ allarmare chi immagina di risolvere il problema della formazione con la proliferazione di atenei.
“Vogliamo provare anche noi a catturare i talenti migliori? Vogliamo guardarci negli occhi e dirci sinceramente se l’Università serve a gestire l’esistente o contribuisce al processo di modernizzazione, allo sviluppo e al rilancio del Paese?”.
L’interrogativo , diretto, senza fronzoli, spartano per certi versi e franco come poche volte accade nel mondo accademico, viene da Stefano Micelli, 40enne, affermato docente di Marketing all’Università Cà Foscari di Venezia. Micelli ha avuto il coraggio di mettere la creatività al primo posto nella scala dei valori del progetto di ristrutturazione economica del Veneto. Di più. Per il giovane docente, il design e l’arte rappresentano il corollario fondamentale alla definizione di progetti imprenditoriali che possano davvero competere e lasciare un segno. Stefano Micelli ha fatto dell’innovazione e dell’originalità un punto d’onore nel suo bagaglio esperenziale. Un atteggiamento mentale esemplificato dal catalogo fotografico, voluto dallo stesso Micelli e che festeggia il compleanno della Viu (Venice Internazionale University) . Le pagine di “ViuLife” rimandano una galleria di fermo immagine sugli studenti di San Servolo. Ne emerge l’espressione della creatività che diventa paradigma della crescita e dello sviluppo nelle differenti branche del sapere. Dal catologo della Viu in poche parole troneggia un nuovo concetto di immaginare il futuro dell’area veneta. Il progetto di Micelli sintetizza un’operazione coraggiosa che non sa di già visto ma stimola nel profondo i processi cognitivi.
Tornando alla possibilità che nel Veneto possa nascere un Politecnico così come accaduto nell’Ottocento a Milano e Torino, Micelli subito chiarisce che nella sua opinione il futuro “Politecnico” dovrebbe costituire “una fusione dei saperi, la declinazione della conoscenza” . Il Dean della Viu fa passare anche l’improprio uso del termine, purché in questa fucina della conoscenza applicata allo sviluppo “vi sia spazio per il design e soprattutto il rapporto con le imprese”, perché – scandisce – “il Politecnico del Veneto dovrebbe diventare il luogo dove si formano gli ingegneri del futuro”.
Sia che il Politecnico debba essere una struttura che integri le università esistenti o si affianchi ad esse, non può comunque prescindere dall’internazionalizzazione. Su questo punto il Dean della Venice International University di San Servolo, non transige. E, del resto, come potrebbe da un osservatorio come il suo che raggruppa i principali atenei del mondo: dalla Duke University al Boston College, passando per la Tel Aviv University.
“Dobbiamo pensare in termini di internazionalizzazione formativa – spiega Micelli - non possiamo pensare di formare esclusivamente studenti italiani proprio perché esiste una domanda esterna di formazione superiore”. Ma lo sguardo oltre i confini nazionali per il docente di Marketing di Ca’ Foscari non si ferma all’insegnamento, passa principalmente attraverso un rinnovato rapporto tra università e imprese, capitolo cruciale che un eventuale Politecnico dovrebbe prepararsi ad scrivere in qualche modo. E qui la sfida si gioca a partire dalle facoltà scientifiche di più alto valore, come Ingegneria a Padova.
“E’ fondamentale – prosegue Micelli nel suo appassionato appello alle intelligenze sul territorio - rendersi conto che il Veneto fra dieci anni dovrà per forza di cose essere diverso da quello di oggi. Dovrà attrarre una classe dirigente d’eccellenza, un’élite che giungerà da varie parti del mondo. Per questa ragione – conclude – se si decide di proseguire nella realizzazione di un Politecnico Veneto il risultato, tra una decade, dovrà essere misurato col regolo dell’internazionalizzazione e con il gemmare di una classe dirigente eterogenea dal punto di vista delle nazionalità, ma di assoluta eccellenza”.
La ricetta per crescere come Regione e come spina dorsale del Paese deve trarre i propri ingredienti da una visione che prescinda da localismi e tutele di marchi di denominazione geografica per quanto attiene il sapere. Se il Politecnico del Veneto deve essere una “furbizia” – provoca Giovanni Costa, Ordinario di Strategia d’Impresa e Organizzazione aziendale alla facoltà di Economia dell’Università di Padova – per tenere insieme le numerose facoltà universitarie del Veneto all’ombra dei rispettivi campanili, allora non siamo d’accordo. Nell’opinione dell’economista la nascita di un Politecnico su scala regionale “ deve poter integrare le competenze e le potenzialità di ricerca concentrandole in un’unica istituzione” possibilmente valorizzando l’esistente.
Anche Giovanni Costa esprime perplessità sulla scelta del termine ‘Politecnico’, che secondo l’economista lascia il tempo che trova ma che nelle intenzioni de “Il Sole 24 ore”, il quotidiano finanziario di Confindustria che per primo lanciò la proposta, ha avuto il pregio di essere il pungolo per innescare una dibattito serio.
Costa si dice, invece, d’accordo con la teoria di Micelli di un Politecnico del Veneto che possa “integrare la dimensione umanistica e tecnica in un luogo deputato all’eccellenza”.
Ed è proprio l’eccellenza la parola d’ordine che scandisce e forgia l’ipotesi di una struttura dove la tecnologia e l’innovazione possano essere al servizio dell’impresa. Un servizio che mantenga comunque un terreno di autonomia. Su un’altra lunghezza d’onda, ma condividendo le posizioni dei colleghi universitari, si trova Giancarlo Corò, docente di Economia Internazionale all’Università Ca’ Foscari di Venezia che sottolineando la proposta di un Politecnico del Veneto come “interessante” estende il ragionamento all’ipotesi di creazione di un’unica Università del Nordest. “Si tratta di ripensare le responsabilità istituzionali nella gestione dell’università – chiosa l’economista – e l’idea di proporre un Politecnico per il Veneto era davvero interessante soprattutto dopo tanti anni in cui si discettava sull’economia della conoscenza. E’ stato importante sentire per la prima volta parlare di sviluppo a livello di istituzione”.
Sebbene l’idea di un Politecnico risenta anche per Corò della polvere ottocentesca, la possibilità di “mettere insieme ingegneria ed economia integrandole” in un unico ambito di insegnamento, rappresenta un via percorribile.
Il punto fondamentale per il docente di Ca’ Foscari rimane però il rapporto tra istituzione Politecnico e istanze espresse dal territorio: in sintesi le richieste del mondo aziendale.
“Ci deve essere una rapporto più stretto nell’ offerta formativa tra Università e richieste del territorio. Il progetto di un Politecnico regionale – prosegue – non deve essere un mero strumento che si limita a integrare e razionalizzare, ma deve essere soprattutto un volano in grado di sviluppare progetti innovativi”.
Nell’ottica di Corò, che non disprezza gli esperimenti degli atenei di Vicenza e Treviso, un eventuale Politecnico veneto nascerebbe “in una posizione intermedia tra Università e Scuola tecnica superiore”, come nel modello tedesco per intenderci. In questa particolare modalità, secondo Corò “il sistema dovrebbe poter competere di più”.
L’ultima parola, quella più critica è netta sul nascituro Politecnico del Veneto dalle molte primogeniture e dalle poche candidature a parte quella della Regione Veneto che ne finanzierebbe la venuta alla luce, è quella di Maurizio Mistri, ordinario di Economia Internazionale alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova.
“Un Politecnico – evidenzia - che vada semplicemente ad affiancarsi alle strutture esistenti non la vedo come una soluzione fattibile. La creazione di una nuova struttura di questo genere correrebbe il rischio di far proliferare università e levitare inevitabilmente i costi”.
Mistri mette il dito nella piaga quando parla di un progetto, quello del Politecnico “privo di contenuto pensato”. La varietà di proposte, di commenti, di voci e di opinioni rende stentato e di ardua realizzazione, un progetto che dovrebbe ridisegnare il Veneto del futuro. E, si sa, che mettere d’accordo tante teste è la cosa più difficile soprattutto in queste terre. Nell’opinione dell’economista padovano “mettere insieme le università esistenti in un’unica struttura, magari accorpando Ingegneria con Architettura, non ha senso”. La chiave di volta per Mistri sarebbe la razionalizzazione. A quanto pare nel Veneto regna, invece, il concetto della “pluralità delle sedi” che senz’altro serve alla concorrenza e alla competizione, ma sotto sotto assolve alle esigenze dei “potentati economici” ispirati da “ragioni di campanile”. “La proliferazione eccessiva delle sedi universitarie su scala regionale – ribadisce Mistri – è voluta dal mondo imprenditoriale. A Vicenza l’Associazione Industriali ha voluto una sua sede, a Treviso la Cassamarca ha espresso la stessa richiesta”.
La ricetta del professor Mistri è la concentrazione delle università “nei punti strategici del territorio: Venezia, Padova, Verona”. Il valore della facoltà di Ingegneria di Padova è indiscusso, tiene a precisare l’economista, “Padova è la quinta città italiana per numero di brevetti”.
Se dovesse mai nascere un Politecnico del Veneto per Mistri dovrebbe essere la fucina dell’alta ingegneria, non si dovrebbe certo trattare di una scuola professionale che forma una figura ibrida – conclude - tra “un perito industriale e un quasi ingegnere”.
Intanto fra dieci anni non si sa il Veneto cosa sarà né dove andrà. Il malcontento aleggia tra i banchi delle università, sulle scrivanie dei manager d’impresa, nei capannoni semi abbandonati. Aspettiamo che le facoltà di Padova, Venezia, Verona, Vicenza e Treviso trovino un punto di aggregazione. Nel frattempo auguriamoci che non nascano anche le università rionali, sarebbe ancora più faticoso farle entrare tutte nel futuro Politecnico del Veneto.
Itinerario Veneziano
Il tavolo di Hemingway
Era accanto al Fogher il posto riservato per Hemingway e per la moglie Mary, alla Locanda Cipriani, sull’isola di Torcello. Il calore delle braci e di un buon vino per lo scrittore statunitense. Che vi rimase per un lungo periodo nell’autunno del 1948.
Un’isola e una locanda per Ernest Hemingway. E per i tanti scrittori e artisti che hanno cercato, nella sua tranquillità, la necessaria concentrazione. Stiamo parlando dell’isola di Torcello, nella laguna nord di Venezia, che con la Locanda Cipriani (www.locandacipriani.com) ha ospitato lo scrittore statunitense per oltre un mese, nell’autunno del 1948. Hemingway trascorse questo lungo periodo in compagnia della moglie Mary e vi iniziò la stesura del romanzo “Di là dal fiume e tra gli alberi”. Dedicandosi, inoltre, alla caccia alle anatre e ai piaceri della tavola. “Le voci dicono che Hemingway fosse una persona che apprezzava il buon bere – spiega Bonifacio Brass, erede e attuale gestore della locanda Cipriani – in particolare il Martini e i vini rossi della zona, come l’Amarone”.
Le impressioni ed il ricordo di quel novembre torcellano, di quel tavolo accanto al fogher della Locanda, rimasero scolpite nel suo romanzo ma soprattutto nei ricordi di Hemingway. Che, ormai affermato premio nobel alla letteratura, vi ritornò nella primavera del 1954, durante il soggiorno veneziano che seguì alle disavventure del suo viaggio in Africa. “Nei racconti del nonno fu – riferisce Bonifacio Brass – una giornata di caviale e vodka, al tepore del primo sole di primavera”.
Hemingway aveva conosciuto questi luoghi nel corso della Grande Guerra, quand’era volontario per la croce rossa internazionale. Tornatovi spesso, era divenuto amico di Giuseppe “Bepi” Cipriani, che oltre ad aver fondato il celebre “Harry’s Bar” a pochi passi da Piazza San Marco (ed aver successivamente creato l’Hotel Cipriani di Venezia e la Villa Cipriani di Asolo), verso la fine degli anni 20 si innamorò di Torcello, l’isola più antica della laguna. Nel 1934 Giuseppe Cipriani rilevò una modesta rivendita di vini ed olio, posta di fronte a un caratteristico ponte in pietra, trasformandola in una “locanda”, con poche camere per gli ospiti e una sala per il ristorante, circondata da un orto-giardino affacciato sulle chiese di Torcello e sul suo campanile.
La Locanda veniva aperta solo d’estate ma, per ospitare Hemingway, nel ’48 Giuseppe Cipriani fece un’eccezione che portò un indubbio contributo alla fama della Locanda che, ancora oggi, è ambitissima dalla clientela statunitense. Ma che è stata sempre frequentata da personaggi illustri della politica e, soprattutto, della cultura e dello spettacolo: tra questi citiamo Arturo Toscanini, Igor Strawinsky e Maria Callas; Marc Chagall e Max Ernst; Kim Novak, Walter Matthau e il grande Charlie Chaplin. Oppure Winston Churchill, che la frequentò negli anni ‘50 “con il cavalletto da pittore – racconta Bonifacio Brass – costantemente sotto il braccio”.
Cos’è rimasto dei tempi di Hemingway? “La locanda è la stessa - garantisce Bonifacio Brass – negli arredi, nelle strutture e nei pavimenti in marmo, solo alcuni ampliamenti della terrazza esterna sono stati effettuati negli anni ’60, mentre l’orto è stato convertito in giardino; è quindi davvero possibile dire ‘ho dormito nello stesso letto di Hemingway’”. Uguale è rimasta anche la cucina: “I piatti classici come il carpaccio di carne, il risotto di verdure alla maniera di Torcello, il filetto di San Pietro alla Carlina, oppure i tagliolini verdi gratinati, rimangono immancabilmente nel nostro menù – afferma Bonifacio Brass – fatto di una cucina tangibile e reale, che utilizza le tradizionali verdure dell’isola di Torcello e il pesce della laguna, accompagnati da una carta di vini che, eccetto la doverosa eccezione dello champagne, annovera esclusivamente grandi etichette italiane”.
“Nel ’48, ai tempi di Hemingway, l’isola – continua Brass – ospitava 300 persone (ora gli abitanti sono solo 12, NdR) e non c’era luce, gas, acqua; servizi che fu il nonno a far arrivare”. Come allora nelle stanze non c’è la televisione, ma un’invisibile banda internet wi-fi – ormai indispensabile strumento di lavoro anche per un artista – e, soprattutto, una fornita libreria di oltre cinquanta preziosi volumi. Per inseguire l’ispirazione.
Itinerario Newyorkese
Cosa è rimasto del Little Italy?
Pochi sono gli italiani che ancora oggi vivono nel quartiere che, da fine Ottocento, ha ospitato milioni di immigrati provenienti da Oltreoceano. Le sgargianti insegne verdi, bianche o rosse e i gestori dei ristoranti che cercano di attirare i forestieri all’interno dei loro locali sono segni inequivocabili dell’avvenuta trasformazione del quartiere in una “trappola” per turisti.
“Little Italy” è un piccolo quartiere nel cuore di New York creato dai nostri emigrati che, fra il 1880 e il 1915, lasciarono la terra natale per far fortuna in America. Dei sei milioni di italiani che approdarono negli Stati Uniti tra fine Ottocento e inizi Novecento, circa la metà si stabilì nel raggio di 160 chilometri da New York. I nuovi arrivati si legarono tra loro cercando di ricostruire quegli ambienti sociali che avevano lasciato in patria. Nacque così “Little Italy” un quartiere a sud di Manhattan caratterizzato da una altissima concentrazione di immigrati italiani. Questi ultimi, fino alla seconda guerra mondiale, erano considerati poveracci e criminali, venivano chiamati “dago”, ed erano spinti a sentirsi italiani. Little Italy era il loro passato, il punto d’incontro degli espatriati dalla grande madre Italia. Quando questa venne sconfitta nella guerra, tutto divenne passato e Little Italy si trasformò nel nuovo futuro.
Sebbene la comunità italiana si sia ridotta oggi a sole 5.000 persone, l’atmosfera a Little Italy è rimasta simile a quella di un tempo. Il periodo migliore per una visita è durante la festa di San Gennaro, che si tiene intorno al 19 settembre. Ogni anno per nove giorni, Mulberry Street viene soprannominata Via San Gennaro. Nel giorno del Santo il suo Reliquario viene trasportato con una sfilata in tutte le strade. I ristoranti del quartiere offrono cibo semplice e rustico, servito in un’atmosfera amichevole e a prezzi ragionevoli.
Delimitata da Canal Street a sud, Spring Street a nord e da Broadway a ovest, l’area di “Little Italy” è lontana anni luce dalla vecchia solida conclave etnica, ma è comunque una zona piacevole per prendere un buon cappuccino. Le sgargianti insegne verdi, bianche e rosse e i gestori dei ristoranti che con i modi aggressivi cercano di attirare i forestieri all’interno dei loro locali sono segni inequivocabili dell’avvenuta trasformazione del quartiere in una “trappola” per turisti. Gli italiani rimasti sono pochi, mentre i numerosi ristoranti tendono ad essere di alto livello, con servizio di parcheggio e prezzi elevati.
Sopravvivono alcuni panifici e alcune salumerie originali dove, fra i formaggi, le salsiccie e gli insaccati che pendono dal soffitto, si possono acquistare panini con dell’ottima mozzarella o focacce fatte in casa. Inoltre ci sono sempre molti locali dove godersi un cappuccino e dell’ottima pasticceria, fra cui Ferrara’s al n°195 di Grand Street, il più antico e popolare. Va assolutamente segnalato anche Lombardi’s, al n°32 di Spring Street, che serve forse le migliori pizze di New York.
Il quartiere italiano confina con un altro dei maggiori sobborghi di immigrati newyorkese: Chinatown. Il quartiere cinese ha assorbito buona parte di quello che una volta era Little Italy. Allo stesso modo a nord in prossimità di Houston Street, l’area che una volta era occupata da Little Italy ha perso il suo aspetto tipicamente italiano. La parte di Mulberry Street, lungo la quale si allineano i negozi italiani (in particolare i ristoranti), tra Broome Street e Canal Street, è quello che rimane della Little Italy di Manhattan.
A New York esistono altre Little Italy. La popolazione di origine italiana risiede per lo più a Brooklyn dove un vero quartiere italo americano è Bensonhurst e in misura ancora maggiore a Staten Island, dove sono addirittura il 44% degli abitanti.
Oggi i figli degli immigrati di fine Ottocento amano definirsi italo-americani e, pur partecipando alla costruzione dell’America, mantengono qualcosa di particolare. Il senso della famiglia, la lingua, il cibo, la musica, lo stile di vita, la curiosità per l’Italia. In conclusione, l’assimilazione nel nuovo paese non significa necessariamente la perdita della propria identità etnica.
Cultura
Anima Hasselblad
Il percorso da New York a Venezia di Ewa-Mari Johansson, fotografa d’arte, d’ispirazione e di fortuna. “Il mondo della moda e quello dell’arte – afferma – possono andare di pari passo”. La quadratura del cerchio, secondo la fotografa, è nel formato “6 x 6”. E nelle geometriche rappresentazioni del corpo umano della serie “Più nudo”.
Ewa-Mari Johansson, svedese, è un’affermata fotografa di moda che collabora con le riviste Vogue, Amica, Donna, Harper’s Bazar, Elle. Ma quando usa la sua Hassemblad “6 x 6” Ewa-Mari Johansson cambia pelle e diventa, innanzi tutto, un’artista. Nel suo curriculum, la prima città ad apparire è New York, dove è iniziato il tuo percorso formativo verso la professione del fotografo.
Ewa-Mari, che importanza ha avuto, per te, la Grande Mela?
“Ho vissuto 7 anni a New York dove, oltre a studiare, ho cominciato a lavorare realizzando reportage per i quotidiani. A New York ho scattato le prime foto per le pagine della moda, in particolare collaboravo per alcune testate svedesi, come il Dagens Nyheter. Per me la figura di riferimento, il mio mentore, è stato Arnold Eagle: ho studiato con lui, ho fatto per lui l’aiuto regista e ho imparato, soprattutto, l’utilizzo della luce. Arnold Eagle è stato un fotografo per Time Life, faceva parte del gruppo di Capa ed era, a sua volta, collaboratore di Man Ray per alcune opere cinematografiche, come ‘Dreams That Money Can’t Buy’”.
Robert Capa e Man Ray: nella tua esperienza New Yorkese sei entrata in contatto, anche se indirettamente, con il gotha della fotografia mondiale. Quali lezioni ritieni di aver ereditato da questi maestri?
“La capacità di vedere la moda come un’estensione dell’arte. Man Ray, come me, faceva parte sia del campo della moda che di quello dell’arte. Due mondi che, nonostante la vocazione commerciale della prima, possono andare di pari passo”.
New York, invece, cosa ti ha lasciato?
“New York mi ha permeato quasi senza che me ne rendessi conto. Ad esempio, di recente mi sono accorta che alcuni miei lavori riprendono le forme delle sculture di Henry Moore che ho tanto ammirato al MOMA”.
Qual è stato il tuo primo lavoro in Italia?
“La mia prima mostra in Italia è stata “Diaframma”, un’esposizione collettiva che si è tenuta a Milano nel 1992 organizzata da Cesare Bossi, che mi ha poi invitata ad un’altra mostra a Firenze nel 1996, insieme ad un fotografo italiano e a un francese. Un’esperienza fondamentale: dato che la mostra era focalizzata sulla spiritualità - era il periodo del boom della “new age” - sono entrata in un monastero francescano, a Fiesole (Firenze), compartendo per una settimana la vita della comunità dei frati. Ricordo che il primo giorno un giardiniere tentò di cacciarmi perché, diceva, ‘qui le donne non possono stare!’ Alla fine, ho intitolato il percorso fotografico ‘Fratello Sole Sorella Luna’, abbinando una foto ad ogni verso della preghiera”.
Uno delle tue serie più rappresentative è “nero su bianco”, recentemente esposta a Milano. Che cosa intendi comunicare con questi nudi corpi dipinti, con questi simbolici tratti di nero?
“Il lavoro nasce dalla collaborazione con il pittore svedese Anders Örnberg: lo scopo era raffigurare i principi del femminile e del maschile, contemporaneamente dentro di noi. Inoltre, volevo richiamare in qualche modo la pittura dell’epoca dell’antica Roma e rappresentare la forza della donna”.
Avrà seguito la collaborazione con Örnberg?
“No, non avrà seguito per problemi diciamo… caratteriali, ma continuerà a lavorare con il body-painting”.
Anche la serie “Più Nudo” ha avuto un notevole successo a Milano, a Bergamo e in Svezia.
“‘Più Nudo’ è particolarmente importante per me: questi scatti si caratterizzano per un linguaggio del corpo fondato sulla forza del dettaglio e che richiama i simboli della geometria”.
Che macchina fotografica utilizzi?
“Utilizzo una Hasselblad, formato quadrato, di negativi sei per sei centimetri: questa macchina è ormai parte di me, della mia spina dorsale. Solo per i lavori commerciali uso macchine digitali, mentre per le mostre d’arte esclusivamente l’analogico”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
“Sto lavorando ad una mostra fotografica sui Masai, in Tanzania: grazie ad un permesso speciale sono riuscita ad entrare in una zona non frequentata dai turisti. Un’esperienza entusiasmante, nonostante le difficoltà: le persone non erano affatto abituate a farsi fotografare e la mia Hasselblad, particolarmente rumorosa, li spaventava. Non potevo fare più di una o due fotografie per ciascuna persona! Sono riuscita comunque a scattare oltre 1500 foto. Ora sto lavorando in camera oscura, selezionando le 40 che, alla fine, andranno in mostra alla FNAC. Sono foto particolarmente significative e il bianco e nero esalta i gioielli chiari indossati da questa tribù”.
Anche Venezia può essere il soggetto dei tuoi lavori?
“Non ho mai lavorato a Venezia, ma mi piacerebbe molto fotografarla, ma anche esporvi. Avviando un progetto, denominato “Fuori Tempo”, in cui presento dei dettagli di alcune città: Berlino, New York, Parigi e, forse, anche Venezia. Ma ho anche in mente di utilizzare l’illuminazione notturna di Venezia, gli angoli in cui si vede e non si vede, per alcuni scatti di nudi”.
Itinerario Newyorkese
Yellow cab compie cent’anni
Il taxi newyorchese compie cento anni e si ripensa in chiave ecologica. Un mito a quattro ruote che ha percorso per un secolo le strade della Grande Mela e che, malgrado l’età, non ha perso il suo fascino.
E’ un vecchietto centenario ma di quelli arzilli che, quando serve, ingranano la quarta e superano il traffico più congestionato. E’ tutto giallo, con una targa luminosa sulla capote, gira per New York e si ferma anche con un fischio. E’ vecchio, rassicurante ma sempre giovanile. E’ “Yellow cab”, un mito che compie cent’anni: il taxi giallo è arrivato all’appuntamento del primo scorcio di secolo. (continua…)









