News
L’America accelera: pil in crescita trainato dall’export
Il pil Usa nel secondo trimestre cresce a sorpresa del 3,3% Merito delle esportazioni, stimolate dalla debolezza del dollaro.
Invece dell’attesa recessione, sorpende gli operatori il dato sul pil degli Stati Uniti nel secondo trimestre 2008: una crescita del 3,3% su base annua rispetto a una stima iniziale dell’1,9%. Anche il 2,7% atteso dagli analisti, giudicato ottimista, è stato superato.
Feast of San Gennaro in New York
The bus will depart from Barnegat Municipal Complex at 9:45 a.m. and Brick Plaza (Cedar Bridge Road entrance) by FedEx/Kinko’s at 10:30 a.m. The bus will return at approximately 8 p.m. in Brick and 8:30 p.m. in Barnegat.
The cost is $27.50 per person and includes bus ride, free time sightseeing and refreshments on the bus. Payment in full is required to reserve your seat. For further information or to make a reservation, please contact Michael at 732-477-6507 or Umberto at 732-552-4624.
Attualità
Ermanno Olmi: elogio della semplicità
La 65esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia premia il maestro de “L’albero degli zoccoli” con il Leone d’Oro alla carriera.
Doveva arrivare ed è arrivato il Leone d’Oro alla carriera per Ermanno Olmi sul palcoscenico della 65esima edizione della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. Lui, un po’ discosto, un po’ solitario e immerso in una magia che affonda le radici nel tempo lento, nella natura e negli occhi dei semplici, ha già dettato le condizioni. Il maestro ha fatto sapere di voler ricevere il premio dalle mani di Adriano Celentano, sedicente “Re degli Ignoranti”. E anche in questo il regista bergamasco non ha tradito il suo eterno affetto per chi nel mondo si afferma in punta di piedi, senza proclami e senza tappeti rossi. Eppure sul red carpet veneziano, Olmi ci è salito molte volte: del Casinò prima e del Palazzo del Cinema in seguito. Pluripremiato per le sue opere di straordinaria introspezione e profondità di sguardo. Uno sguardo, quello del regista lombardo di nascita ma veneto di adozione (da anni vive nel suo buen retiro sull’Altipiano di Asiago), che ha setacciato l’umore degli italiani da documentarista.
Il regista de “La leggenda del Santo bevitore”, tratto dall’omonimo romanzo di Joseph Roth (Leone d’Oro nel 1988), di “Lunga vita alla signora” (Leone d’Argento nel 1987) e il premio della critica nel 1961 con “Il posto”, cominciò la sua carriera di cineasta da documentarista storico e di costume. Nelle scuole di cinematografia si studiano i suoi documentari sulla vita nei campi e nelle fabbriche. Opere che hanno preparato la strada a “E venne un uomo” del 1965 dedicato alla figura di papa Giovanni XXIII (indimenticabile Rod Steiger) suo illustre conterraneo. Eppure i due percorsi si intrecciano nell’occhio della cinepresa di Olmi, un obiettivo a tratti impietoso, che sa riprendere senza giudicare, che racconta partendo dal basso, da ciò che è più umile e modesto. La modestia, la morigeratezza, i valori della famiglia, il senso del sacro e del divino, costellano la filmografia di Ermanno Olmi. Il maestro ha assimilato la lezione neorealista di Roberto Rossellini e Vittorio De Sica distillandone un personalissimo stile che, per qualche verso, la critica ha accostato allo scarno e duro manifesto cinematografico di Pier Paolo Pasolini. Del resto, i due registi si conoscevano e si riconoscevano nella poetica degli ultimi.
Per Ermanno Olmi lo sguardo è incantato sul paesaggio, sul colore delle foglie e sulla trasformazione di eventi naturali in presagi misteriosi. È un contemplare sognante dove si legge in filigrana la saggezza contadina che pervade, invade e fortifica anche i tratti più intellettuali e rarefatti della narrazione olmiana. Un aspetto che si ritrova anche nell’ultimo capolavoro “Centochiodi”, evangelico e sublime. La natura è sempre padrona, testimone muta e all’occorrenza coro. Un innamoramento eterno del bosco antropomorfizzato che si desume precisamente ne “Il segreto del bosco vecchio”, tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati. In alcune pellicole di Olmi sembra ritrovarsi intatta l’esperienza del lungometraggio su commissione, della testimonianza diretta riportata sullo schermo. Per comprendere l’epopea di un cineasta che non ha mai smesso i panni del semiologo dei sentimenti e dei cambiamenti di stato dettati dalla meteorologia delle emozioni, si deve conoscere l’Olmi de “I Fidanzati” o di altri lungometraggi che risalgono ai primi anni Cinquanta.
Il regista deve, infatti, i suoi inizi a EdisonVolta dove organizza il servizio cinematografico dirigendo, fra il ‘53 e il ‘61, una trentina di documentari, fra i quali “La diga sul ghiacciaio” (1953), “Tre fili fino a Milano” (1958) e “Un metro è lungo cinque” (1961). Ermanno Olmi ha il dono della discrezione, della misura, del temperamento che si esprime senza sopraffare. Un’attenzione al prossimo che rifulge nella sue stesse parole. “Oggi quando più che mai tutto prende un carattere di violenza, mi riconosco sempre di più negli ‘anonimi’, intendo continuare ad essere ‘una’ voce nel dialogo generale. Un voce che nel tono e nella misura (e nella consapevolezza dei miei limiti) si pone non tra le persone colte che insegnano e propongono soluzioni, ma tra gli anonimi che cercano una risposta”. In un tempo in cui il sensazionalismo si sposa con gli effetti speciali e il cinema perde il suo ruolo formativo, il maestro delle valli bergamasche, scuote l’opinione pubblica con un’affermazione che avrebbe fatto sorridere l’amico Pasolini. “La banalità mi attrae. Credo più al mistero della banalità – ha dichiarato – che al clamore dei discorsi ufficiali. Quel che è autentico non è mai veramente banale”.
Attualità
Vincere la sindrome dell’emergenza
Dalla crisi dei mutui subprime americani alla corsa del brent fino all’aumento incontrollato dei prodotti agricoli. Lo spettro della crisi aleggia sul mondo.
Lo scenario macroeconomico mondiale si è modificato sulla scorta dell’aumento del costo dell’energia e del petrolio che si scontra con l’indebolimento del dollaro. Anche l’impennata nei prezzi dei prodotti agricoli sta condizionando l’economia globale. Servono interventi di medio-lungo periodo in campo energetico e agricolo per non farsi assalire dalla sindrome dell’emergenza. Il consiglio meditato è quello di Giacomo Vaciago, economista di vaglia e docente all’Università Cattolica di Milano.
Il dollaro debole si contrappone all’euro inaspettatamente forte. Quali possono essere le conseguenze per l’economia europea?
“La forza dell’euro si è accentuata da due anni a questa parte. Mi conceda una battuta, gli Americani quando hanno un problema tendono ad esportarlo. Lo abbiamo potuto constatare con la crisi dei subprime, i mutui concessi senza garanzie. Di fatto, le banche hanno finanziato i cittadini americani che non potevano comprarsi casa e poi hanno cartolarizzato e messo nei portafogli di tutto il mondo il debito contratto. E’ giusto ricordare che gli Stati Uniti sono un Paese che non risparmia”.
D’accordo, il passo è stato più lungo della gamba. Ma cosa è accaduto poi?
“Successivamente hanno ributtato i tassi d’interesse a terra, tassi irrisori. Vorrei sottolineare che negli Usa c’è un tasso d’ inflazione pari al 4%, mentre i tassi d’interesse sono al 2%; in sostanza si tratta di tassi reali negativi e questo ha portato come conseguenza diretta un dollaro debole che ha fatto schizzare il prezzo di food and energy alle stelle”.
Insomma la bolla speculativa è stata innescata da una serie di variabili tra loro correlate? Il metodo della svalutazione per migliorare le esportazioni è un classico.
“Tutto il mondo sta pagando più cari petrolio e alimentari, proprio perché il dollaro è debole e l’economia americana, tramite la svalutazione della sua moneta, recupera competitività. L’ennesimo caso in cui un problema americano viene subito da tutti”.
Certo. Il Vecchio Continente, però, avrà risentito di questo quadro macroeconomico inedito? L’asimmetria del cambio euro-dollaro ne è una riprova.
“L’Europa, grazie alla guida accorta del presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, non ha seguito l’America sulla strada folle di accettare qualunque cosa pur di tornare a crescere e quindi, saggiamente, ha tenuto i tassi d’interesse più alti inviando agli Usa un messaggio inequivocabile, ossia, di non gradire l’inflazione. In questo modo Trichet ha sostenuto l’euro. La debolezza del dollaro sull’euro è stato il costo da pagare per evitare che l’inflazione, anche in Europa, accelerasse troppo e perdessimo i benefici della stabilità monetaria”.
Bene. L’Europa si è messa al riparo dall’inflazione ma ne ha perso in competitività?
“Non c’è dubbio che il dollaro debole sull’Europa abbia fatto male ai profitti delle nostre imprese che esportano nell’area del dollaro. Non dimentichiamo che l’area del dollaro arriva fino in Cina e, d’altro canto, i cinesi mantengono il cambio ancorato al biglietto verde facendo parte, di fatto, all’unione monetaria cinese-americana. Un dettaglio non trascurabile che fa sì che l’Unione monetaria europea si trovi a fronteggiare quest’altra unione monetaria e chiaramente noi, come Europa, ne facciamo le spese”.
Come è stato gestito il contraccolpo monetario dall’Italia?
“L’Italia in qualche modo è riuscita a far fronte alle difficoltà proprio perché alcune delle nostre imprese hanno costi in dollari e fatturati in euro”.
L’impennata del prezzo del petrolio e delle commodity ha fatto gridare al rischio recessione. Questo, almeno, è stato l’allarme lanciato dal direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn.
“Dobbiamo stare attenti a non inseguire i problemi del momento. È chiaro che ora avendo il massimo della debolezza del dollaro e petrolio e alimentari a quotazioni finora mai raggiunte, si rischia di prendere provvedimenti dettati dall’emergenza. Dobbiamo fare un passo indietro e tenere presente che food ed energy sono due settori dove pesano le decisioni assunte alcuni anni fa. Per trovare il petrolio è necessario effettuare ricerche e trivellazioni che durano almeno tre anni, e per quanto concerne l’agricoltura nei campi non si semina e raccoglie giorno per giorno, ma una volta l’anno. Stiamo ancora pagando, in un certo senso, le conseguenze delle politiche agricole ed energetiche sbagliate degli anni scorsi. L’emergenza ha avuto il vantaggio, almeno questo, di farci comprendere che l’agricoltura è un settore importante”.
Non c’è dubbio che negli anni scorsi l’agricoltura era passata piuttosto in secondo piano. Anzi dava quasi ‘fastidio’ in sede europea.
“Proprio così. Fino a qualche anno fa sbuffavamo perché non sapevamo dove mettere le eccedenze. A Bruxelles si navigava in montagne di uova, burro e latte, ricordo la distruzione di prodotti alimentari per sostenere il reddito degli agricoltori. Bisogna affrontare l’emergenza con provvedimenti che siano meditati. L’agricoltura, l’ambiente e l’ energia richiedono un approccio di lungo periodo. L’agricoltura dei prossimi vent’anni dovrà essere seguita passo passo; ci sono terre incolte che devono essere riportate a coltivazione. Ci sono terre mai sfruttate, pensiamo a certe zone dell’Australia, che si potrebbero mettere a coltura. Un altro capitolo importante riguarda la possibilità di far aumentare le rese dei terreni nei paesi emergenti, si pensi che hanno ancora le rese irrisorie di un secolo fa. C’è un problema di investimento. Il consiglio che mi sento di suggerire è che non si può esagerare nell’assumere provvedimenti di emergenza ma è necessario usare il buonsenso”.
Siamo di fronte ad un allarme eccessivo?
“La situazione è critica, è vero, ma adesso ci dobbiamo mettere attorno a un tavolo e ragionare per pianificare la politica dei prossimi 30 anni”.
In Italia lo stiamo facendo con la Robin Hood Tax contro i petrolieri.
“È una misura che servirà a portare a casa più soldi che andranno nelle casse del Tesoro, riducendo la concorrenza del sistema. Se devo dirla tutta: secondo me è l’ennesima tassa. E le tasse le pagano i consumatori, non esiste tassa che non sia trasferita al consumatore, a meno che non ci sia una concorrenza davvero forte. In un settore come quello del petrolio dove c’è poca concorrenza i petrolieri alzeranno i prezzi. Come si dice delle due l’una: o aumenti la concorrenza o aumenti le tasse; nel secondo caso paga sempre il consumatore. Non mi sembra molto saggio colpire i petrolieri con il risultato che questi si rivalgano sui consumatori”.
Volando negli Usa. Gli Stati Uniti stanno uscendo dalla bolla subprime?
“Nel momento in cui la Fed ha assicurato, vedi l’esempio di Bear Stearns, che non lascerà fallire nessuno, si può affermare che la paura sia terminata. A questo punto dobbiamo gestire la coda di una bolla speculativa. Tanti americani erano stati illusi di essere diventati benestanti e si potevano permettere una casa di proprietà e poi gli è stato detto ‘ci siamo sbagliati’ e ora vengono cacciati da quelle case. Ovviamente esiste un problema sociale di delusione di chi si credeva ricco; il problema è che se le banche non falliscono, la crisi si supera sempre. Abbiamo visto di peggio negli anni scorsi”.
Già ne stiamo vedendo tante: dall’aumento del greggio alla flessione delle auto. General Motors chiuderà uno stabilimento per la produzione dei Suv. Non c’è da stare allegri.
“Abbiamo il petrolio a 140 dollari al barile è vero ed abbiamo sottovalutato cosa accadeva. Nel ‘73 e nel ‘78 ci fu l’Opec che chiuse i rubinetti dopo avere provveduto a numerosi razionamenti, oggi non ci sono più stati ma non si erano mai visti prezzi così alti”.
All’orizzonte il presagio infausto è di un greggio a 200 dollari al barile.
“Non credo si arriverà a tanto, se Ben Bernanke (presidente della Fed, ndr) darà segnali di fermezza come ha annunciato sui tassi d’interesse. La banca centrale americana si è resa conto che il dollaro debole stava diventando un problema mondiale, mi aspetto mandi segnali di futuri aumenti dei tassi d’interessi e argini la debolezza del dollaro a breve. A questo punto la situazione potrebbe migliorare nel secondo semestre con un dollaro più forte e un prezzo del petrolio in diminuzione”.
Finalmente potrebbero giungere dei benefici per le nostre aziende?
“Molte aziende italiane sono cresciute in Europa e non sono più così dipendenti dall’America. Le esportazioni delle imprese italiane verso gli Stati Uniti si sono ridotte negli anni scorsi e chi ha seguito questo trend ci ha guadagnato”.
Chi è Giacomo Vaciago
Professore Ordinario di Politica economica presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano. Nato a Piacenza nel 1942, Giacomo Vaciago si è laureato in Economia e Commercio nel 1964. Nel 1968 ha conseguito il Master of Philosophy in Economia all’Università di Oxford. Tra il 1970 e il 1989 è stato prima incaricato e poi ordinario di Economia Politica presso l’Università di Ancona, della quale ha diretto per diversi anni l’Istituto di Economia. È stato vicepresidente di Ancitel, consigliere economico di Citibank (1980-1991), presidente di Citinvest (1983-1991), direttore del Progetto finalizzato economia del Cnr (1985-1989), visiting scholar alla Fed a Washington (1985), consigliere economico del Ministro del Tesoro (1987-1989) e consigliere del Presidente del Consiglio dei ministri (1992-1993), membro del Comitato tecnico-scientifico del Ministero del Bilancio (1992-1998), consigliere scientifico del ministro Urbani (2003-2005). Dal 1976 è membro della Società italiana degli economisti. È stato Sindaco di Piacenza tra il 1994 e il 1998. Dal 1983 è editorialista de ‘Il Sole 24 Ore’.
ELISA IN U.S. TOUR
Italian-born singer-songwriter Elisa, a multi-platinum, award-winning star in her native country, will launch her first tour of the United States and Canada on October 29.
Elisa has appeared on various world stages with music legends including Andrea Bocelli, Luciano Pavarotti and Tina Turner. To date, though, her only North American engagements have been singing the Italian national anthem at the closing ceremony of the 2002 Salt Lake City Winter Olympics and two sold-out shows at NYC’s Joe’s Pub in April 2008.
Info
Date: Wednesday, August 20, 2008
Hours: 6:30 pm
Venue: Italian Cultural Institute, 686 Park Avenue, New York
Organized by: Italian Cultural Institute
Reservation at 212 879 4242 ext 363
Georgia unita e libera
Editoriale dell’Ambasciatore Ronald Spogli, pubblicato dal quotidiano “La Stampa” del 18 agosto 2008
La violenza esplosa nei giorni scorsi in Georgia ha colto tutti di sorpresa, soprattutto perché è avvenuta in un momento in cui il mondo tradizionalmente lascia da parte i dissapori e partecipa con i suoi atleti all’esaltante spettacolo dei giochi olimpici. Ciò a cui abbiamo assistito in Georgia è stato tutto tranne che esaltante. In un contesto che ricorda i giorni peggiori dell’ex Unione Sovietica, carri armati, truppe, aerei russi hanno attraversato i confini di una piccola regione a loro vicina. Il risultato è che la nostra attenzione ora si è spostata su due obiettivi impellenti: portare un fermo a tutte le ostilità e aiutare i superstiti. Nulla di ciò può essere raggiunto appieno fin quando le forze Russe non lasceranno la Georgia. L’integrità territoriale della Georgia deve essere rispettata. I separatisti delle regioni della Georgia, Ossezia del Sud e Abkhazia, hanno sempre avuto alle spalle una lunga storia di tensioni, ma lo scorso anno Mosca ha intensificato costantemente le pressioni sulla Georgia, dal punto di vista economico, politico e militare, ponendo embarghi sugli scambi commerciali e tagliando i collegamenti via terra e via aerea. Lo scorso aprile un caccia russo ha abbattuto un aereo telecomandato georgiano sullo spazio aereo della Georgia e, nello stesso mese, le truppe e l’artiglieria russe hanno iniziato a muoversi verso l’Abkhazia col pretesto d’incrementare le forze di peacekeeping, ma senza consultare la Georgia.
In luglio, episodi di violenza si sono verificati in Ossezia del Sud, compresi degli attacchi a veicoli della polizia georgiana e il tentato omicidio d’un leader del Sud dell’Ossezia, favorevole alla causa della Georgia. In questo periodo i rappresentanti del governo americano hanno spinto i governi russo e georgiano, sia pubblicamente che privatamente, a mantenere il controllo e trovare il modo di risolvere le loro divergenze in modo pacifico. Il 7 agosto dopo la reazione della Georgia ai bombardamenti di alcuni villaggi, bombardamenti provenienti dal territorio di Sud dell’Ossezia controllato dai peacekeeper russi, dopo essersi mobilitata per rivendicare alcune parti dell’Ossezia del Sud, una vasta forza militare russa si è distribuita sul territorio del Sud dell’Ossezia, in Abkhazia e nella stessa Georgia, violandone la sovranità. La Russia ora sta mettendo in discussione l’integrità territoriale della Georgia, e sta dichiarando che potrebbe riconoscere l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud nonostante le numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu mirassero a risolvere la loro condizione diplomaticamente.
Le scene dell’aggressione russa hanno riportato alla mente memorie di paura agli ex Stati satelliti che poi hanno scelto il modello occidentale di libertà e democrazia per il loro futuro. Ma il mondo in cui oggi viviamo è diverso da quello di 40 anni fa. Nell’agosto del 1968, quando l’Unione Sovietica invase la Cecoslovacchia, il risultato non fu solo un’aumentata oppressione, ma anche un maggiore isolamento dell’Unione Sovietica. Da allora l’Europa, la comunità transatlantica e il mondo intero hanno fatto incredibili progressi. In questi ultimi anni la Russia ha cercato d’integrarsi nelle strutture diplomatiche, politiche, economiche e di sicurezza del Ventunesimo Secolo e gli Stati Uniti hanno sostenuto con fermezza questi sforzi. Ora la Russia ha messo a rischio la sua reputazione e le sue aspirazioni internazionali intraprendendo azioni concrete in Georgia, che sono incompatibili con i principi del rispetto per la sovranità e integrità territoriale. Se la Russia vuole mettere riparo alla sua reputazione e alle sue relazioni con il resto del mondo, il primo passo che deve fare è rispettare il cessate il fuoco al quale ha acconsentito e porre un freno alle ostilità. Deve rimuovere dalla Georgia le truppe entrate dopo il 6 agosto, permettere controlli internazionali e azioni di peacekeeping nell’Ossezia del Sud. Consentire inoltre ai civili di muoversi liberamente e fare in modo che ricevano aiuti umanitari. La Russia deve aderire alla propria politica professata nel supportare l’integrità territoriale della Georgia. Il mondo deve sostenere la Georgia. La Georgia deve restare unita e libera.
Itinerario Veneziano
La misura della bontà
Il più giovane profeta della gastronomia veneziana è l’oste Nicola Guatti-Zuliani. Nell’osteria e cicchetteria “Al Pesador”, ricette tipiche in un ambiente ‘chillout’.
Soppesare sapore e bellezza ai tavoli dell’osteria ‘Al Pesador’ di Venezia. Si potrebbe tentare di farlo con le tante bilance, basculle e stadere che arredano il locale, sorto dove, all’interno dell’antico mercato all’ingrosso della frutta, si collocava l’addetto alla pesa. Tanto che un’antica incisione, sul marmo di una colonna posta alle porte del locale, ricorda le tariffe “del pesador de frutti freschi”. Ma è certamente preferibile sperimentare in prima persona sia la vista straordinaria che le ricette offerte dall’osteria veneziana.
L’osteria e cicchetteria ‘Al Pesador’ si affaccia infatti, contemporaneamente, su due scenari mozzafiato. Da un lato la magnifica Piazza San Giacometto, ai piedi del Ponte di Rialto, con il suo orologio dorato. Dall’altro il Campo dell’Erbaria, e quindi il Canal Grande, dove nei mesi estivi viene allestito un fresco plateatico. Traspira intimità e calore anche la saletta del primo piano, per soli quindici coperti, con arredi in legno, pareti pietra a vista e musica ‘chillout’.
I dettagli dell’arredo, così come il menù, sono il frutto dell’inventiva e del buon gusto di Nicola Guatti-Zuliani. ‘Oste’ tanto giovane quanto ospitale, nel 2005 Nicola, ad appena trent’anni, ha deciso di iniziare questa avventura. L’età anagrafica del titolare non deve indurre in errore: nella cucina dell’osteria ‘Al Pesador’ ci si attiene rigorosamente alla tradizione veneziana. La missione di Nicola è proprio questa: “far sì che i visitatori di Venezia comprendano che la gastronomia della mia città è senza dubbio – spiega con orgoglio – la ricca al mondo”.
Naturalmente, la cucina veneziana è contraddistinta soprattutto (ma non solo) da piatti a base di pesce. I più classici, come il baccalà mantecato o le seppie in nero, sono serviti dell’osteria accanto ad altri caratterizzati da elaborazioni meno consuete, mai però azzardate: come le crespelle allo scorfano in salsa di fondi di carciofi, pinoli e uvetta, le lasagnette di pesce con le verdure offerte secondo la stagionalità dal vicino mercato di Rialto, l’involtino di rombo al limone con patate al rosmarino su letto di sedano e rapa al vapore. Abbiamo appena sottolineato che la cucina veneziana non è basata solamente sul mare: proviene dalla terraferma un’altra tipicissima ricetta proposta dall’osteria, ovvero il celebre fegato alla veneziana, preparato sempre “come tradizione insegna”.
Nella lista dei vini sono presenti sia bianchi che rossi: tra i primi lo Sharis della Felluga, il Tocai friulano e lo Chardonnay delle cantine Fossa Mala, tra i secondi il Valpolicella della Masi e il Cabernet Fossa Mala.
Tanto le bottiglie della cantina, quanto le portate del menù, sono accumunate all’osteria ‘Al Pesador’ da prezzi più che accessibili: un prezzo democratico per i regali sapori della gastronomia veneziana.
Osteria Al Pesador
San Polo 125/126 – Venezia
Tel: +39 041 5239492
www.alpesador.it
al.pesador@libero.it
Kobe Briant, un Gigante in Italia?
Se il Dream Team non vincerà la medaglia d’oro alle Olimpiadi l’asso dei Lakers promette scherzosamente: “Diventerò italiano. Dovrete chiamarmi Kobe Giovanni”.
E’ ciò che ha dichiarato il campionissimo NBA Kobe Briant alla conferenza stampa di presentazione del Dream Team alle Olimpiadi di Pechino. Presentato come “debuttante all’Olimpiade”, scherzando ha detto che lui e i suoi compagni lasceranno gli Stati Uniti se non vinceranno l’oro: “Ne abbiamo parlato tanto ridendo in questi giorni, ma se vogliamo davvero restare cittadini degli Stati Uniti dobbiamo arrivare primi” ha detto aggiungendo che nel caso non ce la facessero: “Diventerò italiano. Dovrete chiamarmi Kobe Giovanni. Avete idea di cosa sarebbe?”.
L’Italia è la seconda patria dell’asso NBA che capisce perfettamente e parla ancora ottimamente la nostra lingua dal momento che il padre Joe ha giocato per anni da noi. Al raduno di Las Vegas, quando era giunta la notizia delle grandi offerte dei club europei per alcuni atleti Nba, Kobe aveva detto: “se mi danno davvero 50 milioni di dollari netti in 2 anni vado a giocare a Milano”. Scherzava, ma in occasione della conferenza è tornato sull’argomento più seriamente. La base della discussione era un’offerta ipotetica e irrealizzabile da 50 milioni di dollari da parte di una squadra europea “Di fronte a una cifra così, chi si tirerebbe indietro? Però devo dire che se l’offerta arrivasse da Milano o dall’Italia per me sarebbe più significativa rispetto ad altri Paesi. Io lì sono cresciuto, è un posto che conosco. Ci vado spesso e ho ancora molti amici, tanto è vero che sto pensando di comprare una casa in Italia”.
Giugno 2008: USA -5,4%, Italia -4,5% secondo gli indicatori OCSE
La tendenza congiunturale negativa accomuna quasi tutte le principali economie mondiali secondo gli indicatori composti utilizzati dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (composite leading indicators, CLI). Il punteggio CLI per i paesi aderenti all’organizzazione internazionale ha segnato in media un meno 0,6% nel mese di giugno, con un considerevole indebolimento su base annuale, pari a 5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Nel dettaglio, gli Stati Uniti hanno moderato la caduta nel nel mese di giugno, pari ad un meno 0,2%; il calo però rispetto al primo semestre 2007 è superiore alla media OECD ed è pari al 5,4%.
Per quanto riguarda l’Italia, il rallentamento è stato del 0,7% in un mese, mentre rispetto a giugno 2007 l’indebolimento complessivo è del 4,5%, quindi leggermente sotto la media.
Pessimo l’andamento dell’area Euro, che frena dello 0,8% a giugno e del 5,2% rispetto ai livelli CLI raggiunti un anno fa.
Tra le poche eccezioni vi è l’espansione della Cina (più 0,8%) e del Brasile (più 1,4%), entrambi paesi non aderenti all’OECD, come pure la Russia, la cui crescita continua pur rallentando la propria velocità (fermandosi ad un più 0,9%), mentre l’India vive anch’essa una fase negativa (meno 4,4%).
2008 - Agosto/Settembre
Assenteismo zero
La tolleranza zero applicata all’impiego pubblico: l’assenteismo è la più grave patologia che affligge la pubblica amministrazione italiana. Il braccio di ferro di Rudolph W. Giuliani con i sindacati per rilanciare la produttività e l’efficienza dell’amministrazione newyorkese.
Più incentivi e meno retorica per promuovere la (continua…)









